Un saggio molto interessante per tutti gli appassionati del genere.
L’autore articola in otto capitoli, in ognuno dei quali affronta la tematica da un particolare punto di vista, quello che fu uno dei più grandi massacri sistematici dell’epoca moderna. Fra il 1450 e il 1750 più di 100.000 individui furono accusati di stregoneria, processati e, molto spesso, giustiziati.
Il 7 ottobre scorso è stato assegnato a Pontremoli il Premio Bancarella della Cucina 2007. Vincitrice è Elena Kostioukovitch con il libro “Perché agli italiani piace parlare di cibo”. La scrittrice, docente all’Università degli Studi di Milano, è traduttrice in russo degli scritti di Umberto Eco, che ha scritto la prefazione di questo viaggio eno-gastronomico per raccontare l’Italia dal punto di vista di un’autrice straniera.
Un libro che finalmente risponde alle domande che tutti, prima o poi, nel corso della vita ci facciamo: perché ci sono così tanti imbecilli in circolazione? perché il capo è sempre un imbecille? perché quando siamo in compagnia dei nostri simili ci comportiamo da imbecilli?
Pino Aprile affronta con metodo la questione e scopre che necessità evolutive stanno conducendo l’essere umano verso l’imbecillità: “l’intelligenza ha esaurito il proprio ruolo: non è più necessaria, e viene dismessa come, in passato, altre caratteristiche caduche (peli su tutto il corpo, coda, denti del giudizio…). Lo dimostrano la storia della nostra specie, e i nostri comportamenti culturali, sociali”.
Quest’anno si celebra il 120 anniversario della nascita di Le Corbusier.
Sarà stato il caso oppure l’inconscio, ma proprio in questi giorni mi è capitato fra le mani un bellissimo libro regalatomi qualche anno fa da una cara amica. Si tratta di un’antologia, edita per Einaudi, che raccoglie tutti i suoi scritti.
Aprendo il volume, ho letto alcune considerazioni su Roma e sulla lezione che gli urbanisti dovrebbero trarne:
“Roma è un paesaggio pittoresco. La luce, qui, è così bella che avvalora tutto. Roma è un bazar dove si vende di tutto. E’ possibile trovarvi tutti gli oggetti della vita di un popolo, il giocattolo dei bambini, le armi del guerriero, i vecchi addobbi degli altari, i bidet dei Borgia e i pennacchi degli avventurieri. A Roma le brutture sono tante”
Come promesso, eccomi nuovamente a parlare della Grecia.
Del mio viaggio mi ha affascinata soprattutto il Mani, la penisola centrale nel sud del Peloponneso.
Una striscia di terra montuosa e brulla, disseminata di villaggi e case-torri, che ha alle spalle una storia antica e turbolenta ancora facilmente leggibile nelle sue splendide costruzioni in pietra.
Le origini del Mani sono legate a Sparta. Tra III e II secolo a.C. furono proprio degli spartani fuoriusciti a fondare la Repubblica dei liberi laconi.
Divisi in clan spesso in conflitto fra loro, ma molto orgogliosi della propria autonomia, i manioti hanno affrontato tenacemente tutte le invasioni e le dominazioni straniere che si sono alternate nei secoli: i romani, i bizantini, i franchi. Il carattere indomito della popolazione di questa remota regione ha impedito, per esempio, ai turchi di sottomettere il Mani in quasi quattro secoli di dominazione ottomana della Grecia.
Furono anche fra i più agguerriti combattenti nella guerra d’indipendenza, anche se furono proprio alcuni capi manioti ad assassinare il primo presidente greco, Ioannis Kapodistrias, nel 1831.
Sintetizzare i 35 anni di carriera di una band come la PFM non è semplice. Nell’impresa si è cimentato Donato Zoppo, giornalista musicale salernitano (ma residente nel Sannio) e fra i fondatori del portale MovimentiProg.
Attiva dagli inizi degli anni ’70, la PFM è stata una delle poche band progressive italiane che abbia ottenuto un grande successo a livello internazionale, soprattutto in Inghilterra e Stati Uniti. Merito anche delle eccezionali doti di strumentisti dei suoi membri e della capacità di cambiare, sperimentando, nel corso degli anni Settanta e Ottanta, generi diversi e formazioni sempre nuove. Dopo una sosta di dieci anni, nel 1997, il gruppo si riunisce, pubblicando “Ulisse” e, nel 2000, “Serendipity”, ma soprattutto riprende a fare concerti, riconfermandosi nuovamente come una grande live-band.
Quando, partendo da specifiche premesse, il ragionamento che ne consegue giunge a conclusioni che contraddicono le premesse stesse, ci troviamo di fronte ad un paradosso.
Intorno al 1950 Enrico Fermi definì i termini del paradosso enunciato nel titolo di questo saggio di Stephen Webb e al quale lo studioso tenta di dare risposta, raccogliendo le idee di scienziati e scrittori di fantascienza che per cinquant’anni si sono scervellati nel tentativo di capire per quale motivo, nonostante la probabilità altissima che esistano civiltà tecnologicamente avanzate (l’equazione di Drake induce a stimare che siano circa un milione le civiltà nell’universo in grado di comunicare), non riusciamo ad avere prova della loro esistenza.
Vasilij Kandiskij ha influenzato il corso dell’arte del XX secolo non solo attraverso la sua pittura, ma anche grazie all’attività di teorico. Nel 1911 pubblica “Dello spirituale nell’arte”, nel quale fissa i fondamenti dell’astrattismo. A questo saggio, dai toni misticheggianti, segue, nel 1926, la pubblicazione di “Punto, linea, superficie”, un compendio nel quale tratta in maniera analitica gli elementi primari della grafica pittorica. Il carattere marcatamente didattico del libro deriva dall’esperienza che Kandinskij intraprende dal 1922 presso il Bauhaus come insegnante.
Modì in francese suona come “maudit”. E non c’è dubbio che Amedeo Modigliani (1884-1920) abbia perfettamente incarnato il mito romantico dell’artista geniale e trasgressivo, preda dell’alcool e delle droghe, rissoso e scostante, ma anche capace di grandi slanci e di passioni travolgenti. Per questo motivo tuttavia, il personaggio contraddittorio di Modigliani ha talvolta messo in ombra l’artista e, ancora più spesso, ci si è ritrovati a non poter distinguere la storia dal mito.
A fare ordine, questa volta, ci pensa Corrado Augias, con un’intensa e dettagliata biografia dell’artista.
Best seller di una psicoterapeuta americana e pubblicato per la prima volta negli anni Ottanta, questo saggio tratta un problema molto diffuso e delicato che coinvolge donne di ogni età ed estrazione sociale: la dipendenza affettiva nei confronti del proprio partner. Robin Norwood, con grande competenza professionale, tratteggia una casistica differenziata, individuando le dinamiche attraverso le quali molte donne, spesso innamorate di uomini problematici, si ritrovano intrappolate in relazioni “sbagliate” e non riescono a venirne fuori.


