La sua uscita al cinema l’anno scorso è passata quasi sotto silenzio, almeno in Italia, ma “A Scanner Darkly - Un oscuro scrutare” è un film di grande impatto visivo ed emotivo.
Tratto dall’omonimo romanzo di Philp K. Dick (“Un oscuro scrutare”, Fanuccci 2007), il film è opera di Richard Linklater, già regista di Fast Food Nation (2006) e School of Rock (2003), che sperimenta la tecnica di animazione del rotoscoping, ritoccando digitalmente, fotogramma per fotogramma, le normali riprese dal vivo.
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Non ho ancora visto il recentissimo “Il nascondiglio” di Pupi Avati, film con il quale il regista di “Regalo di Natale” (1986), “Il testimone dello sposo” (1997) e “Il cuore altrove” (2003) si cimenta nuovamente con l’horror.
Però ho finalmente trovato la versione DVD di “La casa dalle finestre che ridono”, pellicola del 1976 che rappresenta la miglior prova del regista del genere noir.
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Di solito comincio a ridere con le animazioni dei titoli di testa.
E pensare che il personaggio della Pantera Rosa, prima di diventare un cartone animato, era stato creato dal duo di animatori Friz Freleng e David De Patie solo per quei sette minuti e mezzo dell’omonimo film di Blake Edwards.
Ed è proprio con il mitico “La pantera rosa” (1963) che inizia l’epopea dell’ispettore Clouseau (il fantastico Peter Sellers, all’epoca ancora poco conosciuto ma già con una lunga gavetta alle spalle), uno dei personaggi comici meglio riusciti del cinema. E cosa dire dello sventurato ed esilarante ispettore-capo Charles Dreyfus, o di Cato, insostituibile servitore nonché personal trainer dall’agguato facile di Clouseau?
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Geremia, di professione sarto, è in realtà uno squallido usuraio dell’Agro-Pontino: abbandonato dal padre e cresciuto senza l’affetto di una donna, vive in una casa buia con la madre paralitica, sempre prodiga di consigli sulla corretta gestione del denaro. Tanta gente in difficoltà si rivolge a lui per un prestito, e puntualmente Geremia accetta di “aiutare” il prossimo: sarà l’incontro con una giovane sposina a cambiare la sua esistenza.
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Film molto duro e intenso, in cui la regista non si limita solamente ad affrontare temi ostici come le crisi di identità sessuale in età giovanile, ma sbatte brutalmente in faccia allo spettatore tutte le relative problematiche ad essi legate; la difficoltà di trovare comprensione e amore anche nel proprio ambiente, il disadattamento sociale, l’orrore della violenza, sia fisica che psicologica, generata dal degrado, dai pregiudizi, dall’ignoranza e dal bigottismo della gente (in questo caso la triste provincia americana).
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La storia di una coppia: l’innamoramento, il matrimonio, l’arrivo di un figlio, la crisi… Quante volte abbiamo visto ripetersi questo schema, con innumerevoli varianti, nella vita quotidiana e al cinema? Buona parte della critica ha tacciato questo film di Alessandro D’Alatri, uscito al cinema nel 2002, di occhieggiare un po’ troppo alla generazione dei trentenni, di essere stato costruito volutamente come un cult generazionale. Eppure la storia di Stefania (Stefania Rocca) e Tommaso (Fabio Volo) ha una sua originalità.
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Film del 1995 di Mathieu Kassovitz, allora meno che trentenne, che lo ha consacrato nell’olimpo dei registi francesi. Il seguito della carriera di questa giovane promessa non è stata forse all’altezza delle aspettative (”I fiumi di porpora”, “Assassins” e “Gothika” non reggono il confronto), ma “L’odio” resta uno dei migliori film europei degli anni Novanta. Ambientato nella banlieue parigina, racconta le venti ore successive agli scontri fra polizia e giovani delle periferie.
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“Easy rider” è il road-movie che, forse, più di tutti ha segnato la storia del cinema. Copiata e parodiata da molti, la pellicola uscì nel 1969, opera prima di Dannis Hopper nelle vesti di regista. Un film che mescola il mito del viaggio con quello della cultura hippie degli anni Sessanta-Settanta. Due giovani, Wyatt “Capitan America” e Billy, si mettono in viaggio da Los Angeles per raggiungere New Orleans in occasione del carnevale. Per finanziarsi hanno venduto una partita di droga e affrontano la lunga traversata degli USA come un’occasione per scoprire il mondo in sella ai loro choppers.
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Una città, Basin City, violenta e corrotta, personaggi grotteschi ed eccessivi, cattivi oltre il limite, che sembrano usciti da un fumetto. Ed in effetti è così. Sin City è la trasposizione cinematografica di una magnifica grafic novel di Frank Miller, “special guest director” del film accanto a Robert Rodriguez.
Tre le storie principali, tratte da tre episodi della serie di Miller (“The Hard Good-Bye”, “Big Fat Kill” e “The Yellow Bastard”). Quella di un poliziotto (Bruce Willis) votato alle cause perse che tenta di catturare un rapitore di bambine (Nick Stahl); quella di un killer sfigurato (Mickey Rourke) che vuole vendicare la morte di una prostituta e, infine, quella di un ex fotografo (Clive Owen) che aiuta un’altra prostituta, Gail (Rosario Dawson), dopo l’uccisione di un poliziotto (Benicio Del Toro).
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Trentasei ore nel melting pot di Los Angeles dove personaggi e storie si intrecciano e si scontrano. Storie di vita quotidiana di bianchi, neri, ispanici e asiatici accomunati solo dalla solitudine, dalla paura e dalla diffidenza reciproca.
C’è il procuratore distrettuale (Brendan Fraser) vittima di due (tarantiniani) balordi che gli rubano l’auto, scatenando la reazione isterica e xenofoba della moglie (Sandra Bullock). Un poliziotto (Matt Dillon) che molesta, sotto lo sguardo allibito del giovane collega (Ryan Phillippe), la bella moglie (Thandie Newton) di un noto regista televisivo di colore (Terrence Howard). Un commerciante iraniano (Shaun Toub) vittima di un furto che sospetta del fabbro messicano (Michael Pena), che non gli ha riparato bene la porta del negozio…
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